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La crisi del Clero [EXTRA LARGE]
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R***@libero.it
2011-02-13 05:51:15 UTC
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La crisi del Clero
Alcuni ricorderanno la vicenda di don Yannick Escher, canonico regolare
agostiniano, che l'estate scorsa ha abbandonato l'Abbazia di San Maurizio di
Agauno, in Svizzera, per unirsi alla Fraternità di S. Pio X. In un video
divulgato di recente dall'agenzia DICI (http://gloria.tv/?media=122866), il
religioso ha esposto i motivi che l'hanno spinto a tale scelta. Ne risulta
un quadro allarmante, ma profondamente realistico, della situazione attuale
del clero.
Le riflessioni del can. Escher rivestono, a mio avviso, una grande
importanza, non solo perché mettono in luce tutti i principali aspetti della
crisi, ma anche perché si fondano sulla sua esperienza di sacerdote,
tenendosi a debita distanza da qualunque pregiudizio ideologico o intento
polemico. Proprio questo è il loro valore aggiunto: lo spassionato realismo.
E proprio questo è ciò che manca al cattolicesimo di oggi, ivi compresi
certi ambienti che si dicono legati alla Tradizione.
L'immersione nella realtà, nella realtà vera, è ciò che serve per dissipare
decenni di teorie, equivoci, dubbi, che ancora oggi inducono molti a negare
l'esistenza della crisi o ad ignorare le sue cause profonde. Perciò ho
creduto opportuno realizzare una traduzione italiana del discorso di don
Escher.
A tale scopo, mi sono servito della trascrizione pubblicata sulla lettera di
aggiornamenti (n. 268) di La paix liturgique. Buona lettura.
Daniele di Sorco
da FaceBook


*
La Crisi del Clero secondo don Y. Escher
da La Paix Liturgique (n. 268)


I - Il prete di oggi è una vittima
Immaginate un prete qualunque che arriva in una parrocchia. Nella maggior
parte dei casi, egli si trova da solo in mezzo alle rovine. Si potrà dire
che un'affermazione del genere è eccessiva, caricaturale, ma bisogna
guardare in faccia la realtà. Che cosa avviene? Poche persone al catechismo,
capelli bianchi, chiese in cattive condizioni - dipende dai luoghi e dai
paesi - e un sovraccarico di lavoro, di Messe, di doveri. Il prete fa una
vita da funzionario, sempre impegnato a preparare qualcosa, a correre da una
parte all'altra; e non vede grandi risultati. E poi, una grande solitudine.
Egli è vittima di quanto è accaduto negli anni del post-Concilio, quando
tutto il tessuto parrocchiale è stato distrutto.
Troppo spesso si cade nell'errore di dire che è il mondo ad essere cambiato.
Non è colpa nostra, è colpa del mondo. Troppo facile. Si scaricano sempre
sugli altri le proprie responsabilità, si individua il capro espiatorio e si
dice: è il mondo, è la mentalità della gente, la gente non è più
cristiana... Ebbene, non è il mondo che ha fatto chiudere le scuole
cattoliche, gli ospedali cattolici, i patronati. Non è il mondo, sono i
preti che hanno deciso di chiudere, di cambiare.
Vorrei citare una frase pronunciata da don Ducarroz, prevosto della
cattedrale di S. Nicola a Friburgo, in un momento di grande lucidità e
onestà. Egli è stato ordinato proprio alla fine del Concilio. Parlando alla
radio, qualche anno fa, ha detto: "Quando sono stato ordinato, ci hanno
detto: toglietevi l'abito talare, chiudete le opere cattoliche [scuole,
ospedali, ecc.] - tanto ci sono quelli delle collettività civili - andate
dalla gente, apritevi. L'abbiamo fatto, le nostre chiese si sono svuotate, i
nostri seminari si sono svuotati: forse ci siamo sbagliati". Un momento di
lucidità straordinaria.
Il fatto è che il giovane prete arriva con un certo ideale, pieno di buona
volontà, e si trova di fronte alle rovine. Ed è solo, di fronte a queste
rovine. È la vittima di questo stato di cose senza esserne responsabile.
.

2 - Il prete è mal formato

Sulla carta, bisogna attenersi alle disposizioni di Roma, che controlla i
corsi accademici. Ma poi occorre valutare la qualità del corso accademico.
La filosofia, molto spesso, non è altro che storia della filosofia. Quando
Roma parla della filosofia, è sottinteso ciò che la Chiesa ha sempre
insegnato, cioè la filosofia di S. Tommaso, che prepara a comprendere la
teologia. Invece no, si studia la storia della filosofia o la filosofia del
pensiero moderno. Dunque non si dispone più di strumenti concettuali.
Inoltre, la questione del dogma, per esempio, è ridotta a storia del dogma
con un po' di speculazione. Poi - almeno, a quanto ho potuto vedere io
all'università di Friburgo - si porrà l'accento sulla pastorale,
l'omiletica, la pedagogia religiosa, che non costituiscono certo il
fondamento della formazione sacerdotale. Queste cose si imparano sul
terreno, fuori dell'ateneo, alla fine del corso. Invece, le materie
importanti sono insegnate in modo poco approfondito, non costituiscono più
l'ossatura della teologia e della formazione. Ecco il problema.
Certo, c'è ancora qualche nozione, qualche vaga nozione, ma dai seminari e
dalle università, da quanto ho potuto vedere a Friburgo, non escono più dei
teologi in quanto tali. E poiché il livello non è elevato, si abbassano, a
poco a poco, anche i requisiti. Per esempio, il corso di storia della
Chiesa, che avrebbe dovuto essere di livello universitario, in realtà era
adatto, tutt'al più, a un'ultima classe di liceo. E confrontandosi con gli
studenti della stessa età che frequentavano corsi di storia tenuti da
professori laici - storia contemporanea, storia moderna - emergeva che essi
frequentavano dei veri corsi di storia, con un intento accademico,
scientifico. Per la storia della Chiesa, era completamente diverso: si
trattava di una specie di riassunto abbozzato a grandi linee.Si aveva
l'impressione di trovarsi di fronte ad una specie di fai-da-te accademico.
Ma senza alcuno strumento concettuale.
Ovviamente, la storia, la Tradizione, tutto comincia col pre-Concilio o col
Concilio. È uno dei principi guida. Ma se questa generazione di preti non
conosce ciò che c'era prima, è perché i preti che hanno avuto [come maestri]
hanno criticato ciò che c'era prima. Si è detto loro: "Ora non è più come
prima".
Posso fare un tipico esempio: corso di pastorale, università di Friburgo.
Ero studente. Il prete [professore] si presenta con un pannello e ce lo
illustra: "Prima la Chiesa era questo", mostrandoci, disegnata sul pannello,
una piramide. Poi gira il pannello: "Ora la Chiesa è questo": c'era
disegnato un cerchio. Ero al secondo o terzo anno di università. Lo scopo
era quello di farci capire che cos'era la Chiesa in teologia pastorale.
È tutto un confronto, un'opposizione... Prima [del Concilio] non c'è niente
o, se c'è qualcosa, viene confinata nell'ambito della storia o
dell'aneddotica.
La liturgia, per esempio. Ci dovrebbe essere una certa continuità, per usare
le parole del Santo Padre, un'ermeneutica della continuità. Invece, secondo
le lezioni di un professore di Friburgo, la liturgia si è pervertita al
tempo di Costantino e ha recuperato le sue fonti primitive e meravigliose
solo col rinnovamento liturgico, soprattutto con la costituzione conciliare
Sacrosanctum Concilium e la sua realizzazione nella Messa di Paolo VI. Tutto
ciò è molto chiaro. .
3 - Il prete è prigioniero

Un prete che ha sperimentato la Tradizione della Chiesa, ciò che la Chiesa
ha sempre fatto, si sente come prigioniero, perché si trova preso in
ostaggio tra i suoi confratelli, i fedeli, i collaboratori pastorali e il
suo Vescovo.
Mi ricordo di un giovane prete che diceva di essere stato obbligato ad
imparire un'assoluzione collettiva per la confessione, pratica interdetta
ancora oggi dalla Chiesa, ma largamente diffusa in diverse diocesi, con la
tacita approvazione del Vesovo.
Ma era stato obbligato a farlo, e subito dopo si era confessato con un altro
prete. Ne era ancora sconvolto. Tutto ciò è tragico. Egli è come un
prigioniero, perché deve farlo ma sa che non è giusto. È tragico in questo
senso. E se si appella ai documenti del Sommo Pontefiche sulla confessione,
o al motu proprio di Giovanni Paolo II sugli abusi liturgici, o ai decreti
sul ruolo dei laici in chiesa, sui rapporti tra i laici e i preti; se si
appella, dicevo, a questi documenti, peraltro abbastanza chiari, gli viene
risposto: "Per fortuna tra noi e Roma ci sono le montagne". Oppure: "Questo
documento dice cose in sé giuste, ma non è adatto alla nostra situazione
ecclesiale".
Egli è prigioniero, eppure vorrebbe fare qualcosa, perché molto spesso si
accorge che c'è un problema...
Altro esempio, recente. In una parrocchia, un prete della mia età mi ha
detto: "Il direttore del coro è divorziato, tutti sanno che convive, ma io
sono costretto a dargli la Comunione, perché, se mi rifiuto, io non avrò più
un coro e lui si lamenterà pubblicamente. Ho provato a parlargli, ma non
vuole sentire ragioni. Che devo fare?".
Un altro prete mi ha detto: "Sono stato nominato ad una parrocchia nella
quale non potevo fare nulla: i catechismi erano già stati distribuiti dai
laici prima che io arrivassi; non ho alcun ruolo nella preparazione ai
sacramenti, né alla prima Comunione né alla Cresima, perché sono i laici ad
occuparsene; non ho neppure il diritto di occuparmi dei chierichetti della
Messa, è un laico che se ne fa carico. Quindi non posso fare nulla. Servo
solo per dire la Messa e per confessare le poche persone che ancora si
confessano. E basta".
In questo senso il prete è prigioniero. Anche se è armato della migliore
buona volontà. E so bene che non si tratta di casi isolati.
4 - Il prete DEVE obbedire

Ecco il grande paradosso. Tutto è stato svenduto, ma esiste ancora un'arma,
quella dell'obbedienza. I Vescovi sono Papi nelle loro diocesi. Lo dissi ad
uno che faceva appello al mio dovere di obbedienza: "Se vuole l'obbedinza
del suo clero, Eccellenza, sia lei per primo a dare l'esempio, obbedendo al
Santo Padre, altrimenti non può pretendere obbedienza dal suo clero". La
discussione è finita lì.
È assai significativo che si insista continuamente sull'obbedienza. I preti
finiscono per farsene un complesso, pensando: "Sono disobbediente, sono un
cattivo prete, non va bene". Quindi, in coscienza, meglio sbagliare
obbedendo che fare le cose giuste disobbedendo.
.5 - Il prete snaturato

Credo che vi sia una reale volontà di non avere più la pastorale
sacramentale che la Chiesa ha sempre praticato, vale a dire la confessione e
la santa Messa. Oggi bisogna andare agli incontri con la gente - cosa in sé
positiva, nella Chiesa tutti i missionari l'hanno fatto - ma per risvegliare
in essi il desiderio di Cristo, suscitare un'esperienza trascendente del
sacro perché essi stessi scoprano Cristo.
Non bisogna più essere dogmatici o imporre delle formule. La chiamano la
pastorale della formazione. Ma queste pastorali cambiano ogni anno, anzi
ogni cinque anni ci si trova di fronte ad un nuovo metodo pastorale, si
scrive, si organizzano simposi, poi ci si accorge che non funziona, si
cambia, si adatta... Chi dobbiamo biasimare?
Oggi la gente, i giovani - io ho lavorato molto coi giovani - hanno sete
della verità. La verità ha un nome, un volto, non è una semplice teoria, è
una persona, è Gesù Cristo, e bisogna essere capaci di portare loro nostro
Signore Gesù Cristo. Certo, con molto tatto, delicatezza, bisogna presentare
la verità in modo amabile, non vogliamo uccidere nessuno a colpi di
catechismo, su questo siamo tutti d'accordo; ma non possiamo limitarci ad
essere animatori di un "villaggio turistico" spirituale: non avrebbe alcun
senso. Siamo, come dice san Paolo, gli ambasciatori di Cristo. Vorrei sapere
quanti, oggi, considerano il prete come ambasciatore di Cristo.
.6 - Uno stato di liquefazione
Sono fatti che io stesso ho sperimentato quando ero studente. Molti altri,
in seminario, hanno sperimentato la stessa cosa. Il mio scopo è quello di
illustrare una tendenza. Non bisogna generalizzare, ma al tempo stesso
occorre mostrare lo stato di liquefazione che caratterizza la formazione
clericale e che si cerca di imporre ai seminaristi: musiche da liscio per
l'adorazione del Santissimo, una lunetta per l'adorazione eucaristica posta
ai piedi dell'altare sopra un ceppo d'albero per simboleggiare l'umiltà di
nostro Signore, e altre cose di questo genere. Lo scopo non è generalizzare.
Vi sono episodi ben precisi, che sono il segno di una più generale perdita
di senso.

7 - Vaticano II, il vitello d'oro

È il vitello d'oro, è un idolo. Non lo si legge mai. Sarei curioso di sapere
chi l'ha letto da capo a fondo, commentato, annotato. Se si avesse per lo
meno l'audacia, il coraggio di leggere integralmente il Concilio, se ne
potrebbe discutere. Ma chi l'ha letto integralmente? Si parla per slogan. È
lo spirito del Concilio, è un evento. La scuola di Bologna, marcatamente
liberale, che ha studiato il Concilio e pubblicato una storia del Concilio
in cinque o sei volumi, tradotti in parecchie lingue tra cui il francese,
mostra assai bene che il Concilio non sono i testi, il Concilio è un evento,
che prosegue nella durata e nel tempo. È uno spirito. Così ci viene
risposto. Se si prova ad invocare il Concilio, per esempio la costituzione
sulla liturgia: "il Concilio afferma che il latino resta la lingua della
Chiesa, che il canto gregoriano resta il canto proprio della Chiesa latina",
ci si sente dire: "Ora siamo andati oltre, il Concilio è spirito, apertura,
rinnovamento".
Si tratta davvero di un idolo, continuamente invocato, che distrugge
l'interiorità. Perché, al di fuori di tutto questo, non c'è nulla.
Dall'idolo deriva l'ideologia e l'ideologia è sempre, sempre totalizzante.
Esclude tutto il resto, distrugge tutto il resto. E la caratteristica
dell'ideologia è quella di distruggere anche coloro che la professano, di
acciecarli completamente. Questo è il problema: siamo di fronte ad un
acciecamento. Non penso che ci sia stata veramente della mala fede, ma
piuttosto una forma di acciecamento.
Come è possibile che, con la pratica religiosa al 5%, si cerchi la soluzione
in rimedi puramente umani, come l'accorpamento delle parrocchie? Ma dove si
vive? A un certo punto, bisogna sedersi, affrontare la situazione e dire:
"Così non va bene". Invece no, si continua. Si arriva perfino a giustificare
i fallimenti pastorali dicendo: "Nostro Signore si è umiliato: la Chiesa
vive la stessa condizione, è umile e povera", e si cade in una sorta di
vittimismo che è completamente falso. Ma non si cessa di giustificare tutto
questo col Concilio.

8 - Il "peccato" di Tradizione

Credo sia il peccato più grave.
Nella Chiesa vi perdonano molte cose. Vi perdonano se avete una relazione
amorosa, se non dite Messa tutti i giorni, se trascurate il Breviario, se
deridete preghiere approvate, se sostenete opinioni eterodosse, e molto
altro ancora. Tutto ciò vi sarà perdonano. Perché bisogna essere molto
caritatevoli. Una sola cosa non vi sarà perdonata.
Il peccato supremo è quello di guardare con simpatia alla Tradizione e,
peggio ancora, di guardare con simpatia alla Fraternità di S. Pio X. Vi sarà
permesso di partecipare al culto protestante, di fare la "comunione" in una
funzione protestante (è già accaduto), di organizzare un dialogo
interreligioso coi buddisti, di andare a ritiri zen. Anzi, si dirà che siete
i preti più aperti del mondo, che siete meravigliosi, che siete da prendere
ad esempio.
Invece, celebrare la santa Messa in latino, non necessariamente la Messa di
S. Pio V, ma anche quella di Paolo VI, oppure portare l'abito talare, è
sospetto. Recitare il rosario e confessare nel confessionale significa
essere sospettati di integralismo.
Figuratevi, allora, mettersi a parlare positivamente, con amore ed amicizia,
di mons. Lefebvre, per esempio, o della sua opera: imperdonabile. Vi sarà
perdonato tutto, tranne questo.


traduzione di Daniele di Sorco
ECCO ALCUNI COMMENTI

Areki
Sono sacerdote da 23 anni ed effettivamente debbo concordare con la lucida
analisi del sacerdote svizzero.
Nella mia diocesi (centro Italia) la tendenza è quella descritta. Concordo
soprattutto sul fatto che si corre di qua e di la, da un'iniziativa
all'altra, con chiese da riparare, case canoniche dove la diocesi non fa
nulla per la manutenzione, mentre si spendono tante risorse per stampare
libretti e depliants che vanno poi buttati.
Nei seminari penso che la situazione sia proprio quella descritta: c'è un
prima e un dopo del mitico superconcilio..... i laici malformati partecipano
solo quando c'è da comparire, presumono di sapere tutto, ma difficilmente
partecipano a percorsi di formazione cristiana e si impegnano seriamente
nella vita ascetica. La chiesa è concepita orizzontalmente e non per
salvarsi l'anima.
I nostri Vescovi sono (forse loro malgrado) burocrati che anche nella mia
piccola diocesi è difficilissimo incontrare....
Comunque qualche realtà positiva c'è, sono dei fedeli di buoni principi che
magari si incontrano intorno a qualche buon sacerdote o religioso, .....
Un altro errore è stato aver tolto ai sacerdoti l'insegnamento della
religione nelle scuole (parlo soprattutto delle scuole dentro i confini
delle parrocchie a cui partecipano i ragazzi della parrocchia stessa....
I sacerdoti hanno perso quell'autorevolezza che avevano un tempo segno che
il loro ruolo sociale e religioso si è appannato.....
Altro capitolo i diaconi permanenti formati spesso in modo approssimativo e
che (almeno nella mia esperienza) si concepiscono come alternativi al
sacerdote......
E' di questi giorni la notizia che viene da una fonte attendibile: i
penitenzieri di S. Maria Maggiore, e cioè che è allo studio un documento per
trasformare la confessione auricolare in confessione pubblica per tornare,
dicono, alle origini. Ma quando gli citi Tertulliano, Papa Leone Magno e le
fonti della Tradizione, ti citano i monaci irlandesi che non sono stati loro
ad inventare la penitenza auricolare, ma
hanno ripreso usanze presenti fin dai tempi apostolici (come afferma Papa
Leone Magno)... del resto l'ufficio dei penitenzieri era stato istituito per
raccogliere le confessioni individuali, per chi rientrava dopo lo scisma dei
novaziani; ma esse erano già presenti, anche se pubbliche erano le penitenze
per i peccati più gravi e rilevanti anche pubblicamente...
Ci hanno protestantizzato l'eucaristia, si accingono a distruggere la
penitenza, che sappiamo bene non è il semplice elenco dei peccati, ma anche
un momento di interiorizzazione e di comsapevolezza dei propri atteggiamenti
interiori, delle difficoltà che portano al peccato e questo, visto davanti
al Signore nella persona del sacerdote e con il suo aiuto, non può che
aiutare la persona a responsabilizzarsi, a trasformarsi sempre di più. Non
voglio evocare la psicanalisi che va tanto di moda e può essere di valido
supporto. Immaginiamo quanto maggiormente può esserlo il sacramento che
unisce alla consapevolezza e al riconoscimento dei peccati e delle loro
radici prossime e remote, anche la Grazia santificante per uscirne, con
l'aiuto insostituibile dell'Eucaristia... ma, quando dici queste cose anche
a dei sacerdoti, ti guardano come se fossi un essere di un altro pianeta !


L'alternativa c'è, ma bisogna essere coraggiosi come don Escher o don
Massimo Sbicego.

Ma poi chi ha detto che il ritorno alle origini è sempre e comunque
positivo?
In realtà, l'archelogismo, peraltro storicamente infondato,
serve solo per introdurre pratiche conformi alla mentalità moderna.
Intanto le accuse (ribelle, orgoglioso, antipapa, matto, selvaggio) e le
condanne (sospensione a divinis, scomunica) piovevano su Mgr Lefebvre reo di
aver detto (già nel 1976)

Accuso il Concilio di aver preferito la "sola Scrittura" dei protestanti,
alla "Scrittura della Tradizione" dei cattolici; di far camminare Gesù
Cristo e la sua Messa di pari passo con Lutero
di aver prodotto un clero devitalizzato, diminuito, laicizzato,
imborghesito, talvolta corrotto, che non vuole più celebrare il sacrificio
della Redenzione, e preferisce celebrare la parola o la comunità
di aver prodotto una liturgia impoverita, che non raggiunge nemmeno la
maestà delle cerimonie militari
di aver voluto trasformare la Chiesa in un ONU religiosasenza gerarchia né
regole, sotto pretesto di libertà e dignità umana
di aver fermato lo slancio missionario della carità; di avergli sostituito
un umanitarismo universale che sa nutrire e curare i soli corpi
di lasciare la gente nell'ignoranza invece di portarla a conoscere la
verità.
di non aver riaffermato la necessità per la salvezza, rinunciando ad
attrarre nel suo seno gli uomini vittime dell'errore e dell'ignoranza.

di non aver amato la Chiesa Cattolica, della quale non ha voluto riaffermare
l'identità con la Chiesa di Cristo,
di non aver amato gli uomini, preferendo piacere loro con parole fiacche e
sdolcinate anziché dare loro parole di verità per la loro felicità eterna.
di non avere amato la Madonna, appena accettata come "Mater Ecclesiae", ma
non ammessa come "Mediatrice di ogni grazia".
R***@libero.it
2011-02-15 10:56:55 UTC
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Raw Message
Fw: [] forse il prossimo futuro riserva sorprese negative?


----- Original Message -----


L'Osservatore Romano attacca la "Dominus Jesus" e l' "Ecclesia Dei"?
Tra impliciti inviti al sincretismo religioso e velate accuse al rito
tradizionale
L'Osservatore Romano degli ultimi tempi sembra uscire dalla sua tradizionale
prudenza e dal deferente omaggio alla Sede Apostolica, per darsi ad
iniziative
di taglio variegato, ma a ben vedere tutte sulla stessa linea editoriale. In
un
articolo del 2 febbraio 2011, dal titolo "Una più avvertita esigenza di
trasparenza e di semplificazione", interviene addirittura il vice redattore
del
giornale Carlo di Cicco. Commentando e apprezzando uno studio recente sulla
materia, si intrattiene su alcune meditazioni canoniche quanto alle strane
situazioni di alcuni nuovi Istituti di vita consacrata. Dopo lunghe
circonvoluzioni verbali su certe società religiose, alcune delle quali poco
note
e dallo stile di vita veramente singolare, si arriva a quello che sembra
essere
il vero bersaglio: le famigerate società dipendenti da quello "strano
organismo"
meglio noto col nome d' "Ecclesia Dei". Qual è il messaggio che resta nel
lettore dell'articolo, abilmente redatto in forma di recensione dal vice
direttore? L' "Ecclesia Dei" sarebbe una singolare commissione, con poteri
canonici sui generis, che necessiterebbe di seria regolamentazione in tutti
i
campi, non ultimo quello dottrinale. Essa di fatto erigerebbe alcuni
istituti e
ne dirigerebbe il funzionamento; Istituti che, secondo il codice (promulgato
nel
1983, quindi prima che Giovanni Paolo II decidesse l'attuale struttura della
Commissione), dovrebbero dipendere dalla Congregazione dei Religiosi.
Sorvoliamo
sui toni da legalismo kantiano, che sembra non tenere in alcun conto il
primato
della realtà sul diritto positivo, peccato veniale per i giuristi dei tempi
nostri. Meno ammissibile invece è il velato rimprovero alla Santa Sede, che
non
si lascerebbe imbrigliare dai canoni del diritto. Quasi a scordare che i
Romani
Pontefici godono di una giurisdizione "estensive universalis et intensive
summa"
e che il Papa, erigendo la Commissione "Ecclesia Dei" e affidandole poteri
straordinari, non sta facendo altro che esercitare il Suo primato. Primato
che,
non dispiaccia ai canonisti, non è sottomesso al codice, potendo Egli domani
stesso potenziare l'Ecclesia Dei, come da più parti invocato, senza che sia
il
codice a limitarne le azioni. Ma in tempi di gallicanesimo episcopalista
questo
concetto sembra poco permeabile nelle menti dei giornalisti cattolici. E'
teologicamente, quindi canonicamente, ridicolo discutere del modo migliore
di
piegare le scelte del Papa all'uniformità del diritto ecclesiastico
positivo, il
quale trae la sua efficacia dalla promulgazione papale e non dalle urne dei
parlamenti. L'articolista non si è spinto fino a tal punto, ma nel suo
"giuridismo" avulso dalla realtà, arriva quasi ad insinuare, facendo proprie
le
conclusioni di alcuni studi, che le approvazioni canoniche dell'Ecclesia Dei
sarebbero da riesaminare. Quel che sarebbe da riprendere in considerazione
sarebbero gli effettivi poteri della Commissione, nel passato e nel
presente,
prospettando addirittura una riesamina retroattiva. L'articolista poi - non
si
capisce bene se parlando ex abundantia cordis o facendo sue le conclusioni
dei
canonisti citati - non senza una certa audace sfrontatezza, scrive che gli
Istituti che dipendono dalla citata Commissione sarebbero ancora passibili
di un
esame di controllo sulla loro ortodossia (!). Per comprendere a che punto la
realtà oltrepassi la fantasia riportiamo le parole testuali: "Per quanto
riguarda gli istituti approvati dalla "Ecclesia Dei", si potrebbe studiare
se,
una volta esaminato che tutto sia in ordine sotto l'aspetto dottrinale,
l'approvazione non possa essere concessa dalla stessa Congregazione per gli
Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica, un po' come
quando
si chiedeva il nulla osta del Sant'Uffizio per l'approvazione degli istituti
religiosi".
L'Osservatore Romano sembra insinuare nel lettore non solo che
l'approvazione
canonica, di cui gli istituti dell'Ecclesia Dei beneficiano, sia ancora "sub
iudice", ma soprattutto l'autorevole giornale taccia tali Società religiose
di
essere ancora passibili di verifiche sulla cattolicità della loro dottrina.
Citiamo nuovamente: "una volta esaminato che tutto sia in ordine sotto
l'aspetto
dottrinale".
Per inciso precisiamo che analoghe preoccupazioni non intervenivano quando,
poco
sopra, si era parlato dei problemi posti dalle "nuove comunità religiose"
che
escludono il celibato, ma che prevedono vita conventuale mista di uomini e
donne. L'Osservatore sembra essere più inquieto per chi celebra il rito di
San
Pio V, che non per i problemi che possono sorgere dalla promiscuità
conventuale.
Quanto alla non troppo velata accusa di dubbia ortodossia dottrinale, fatta
agli
Istituti "Ecclesia Dei", non sappiamo cosa L'Osservatore non apprezzi, forse
la
formazione tradizionale, seguendo San Tommaso d'Aquino e il Magistero della
Chiesa o forse la schiettezza teologica, che osa criticare le derive a cui
L'Osservatore ci ha invece abituato. Ammettiamo di buon grado che la linea
teologica del giornale non è la nostra, ma crediamo che l'invocato "esame
del
Sant'Uffizio", sarebbe più opportuno per la redazione che non per gli
Istituti
accusati. Nel dicembre 2010 infatti la nostra rivista Disputationes
Theologicae,
nella persona dello scrivente, si è unita ad una pubblica denuncia alla Rev.
da
Congregazione per la Dottrina della Fede, invocando interventi a proposito
di
alcune pubblicazioni del giornale vaticano, apertamente contrarie alla
dottrina
della Chiesa. In effetti il 10 novembre 2010 a p. 5 il «Presidente
dell'Unione
delle Comunità Ebraiche Italiane» Renzo Gattegna, nell'articolo "Un futuro
di
amicizia", pubblicato senza alcun commento - quasi fosse il testo di un
qualsivoglia articolista demandato dalla redazione - si esprimeva in questi
termini:
«Al fine di proseguire con le iniziative dedicate alla reciproca
comprensione e
all'amicizia, un gesto utile, necessario e certamente apprezzato sarebbe una
aperta dichiarazione di rinuncia da parte della Chiesa a qualsiasi
manifestazione di intento rivolto alla conversione degli ebrei, accompagnata
dall'eliminazione di questo auspicio dalla liturgia del Venerdì che precede
la
Pasqua. Sarebbe un segnale forte e significativo di accettazione di un
rapporto
impostato sulla pari dignità» .
Queste affermazioni, condannate dal Magistero costante, disapprovate
recentemente anche nell'enciclica Redemptoris Missio[1] e nella
dichiarazione
"Dominus Jesus"[2] - senza citare le innumerevoli condanne precedenti - sono
eretiche, contrarie alla Divina Rivelazione, perché in aperta contraddizione
con
le parole di Cristo (Mc 16, 15-16; Mt 28, 18-20)[3] e "contrarie alla fede
cattolica"[4]. Rinunciare alla conversione è contro la natura stessa della
Chiesa Cattolica. E' scandaloso leggere tali affermazioni sul giornale della
Santa Sede. Senza considerare quanto scritto sul Venerdì Santo (che nel
testo
non è più nemmeno "Santo", ma è un venerdì "che precede la Pasqua"), la cui
preghiera per la conversione degli ebrei (approvata da Benedetto XVI)
sarebbe
addirittura da eliminare, perché non rispetterebbe la pari dignità fra
religioni. Pubblicare tali enormità è cosa grave. Né ci si può nascondere
dietro
la firma del Presidente delle comunità ebraiche, per veicolare l'errore
dell'indifferentismo religioso, sotto pretesto di libertà di stampa, nel più
puro disprezzo alle raccomandazioni del Magistero. L'errore non ha diritti
e, se
la redazione è convinta che di errore si tratti, è nell'obbligo morale di
specificare che quelle posizioni sono insostenibili per ogni cattolico,
perché
solennemente condannate come incompatibili con la Fede cattolica. Che la
comunità ebraica non riconosca Gesù Cristo unico Salvatore del mondo, lo
sappiamo almeno dai tempi di San Paolo - e in fondo Gattegna, richiesto di
collaborazione, non ha fatto altro che ripeterlo - che il giornale della
Santa
Sede si faccia eco di tale bestemmia, senza nemmeno commentare, è ben più
grave.
A nostro avviso L'Osservatore Romano farebbe bene a rispettare maggiormente
nei
suoi articoli il Romano Pontefice e le Sue scelte, siano esse liturgiche o
canoniche, oltre al Magistero costante della Chiesa, e ad evitare
insinuazioni
d'eterodossia agli Istituti dipendenti dall' "Ecclesia Dei". A maggior
ragione
allorquando affermazioni contro l'unicità salvifica di Gesù Cristo compaiono
sulle sue pagine, associate all'implicito invito a non convertirsi alla fede
cattolica. Né riusciamo a capacitarci di come il giornale della Santa Sede
possa
invitare Renzo Gattegna, che fino a prova contraria non è nemmeno membro
della
Chiesa, a gettare il discredito sulla liturgia cattolica e sulle sue
orazioni
per la conversione degli ebrei alla fede di Cristo. Orazione peraltro
recentemente promulgata per il rito tradizionale, tra mille pretestuose
polemiche, dal Regnante Pontefice, sul Quale - con somma irriverenza - si
estende il discredito. E' altresì inopportuno e offensivo insinuare che la
Pontificia Commissione "Ecclesia Dei" eriga canonicamente e governi
Istituti, la
cui ortodossia dottrinale è ancora da verificare. In questo caso invitiamo
ancora una volta la redazione al rispetto delle istituzioni ecclesiastiche e
alla prudenza nelle sue affermazioni, che possono rivelarsi lesive
dell'altrui
reputazione. A questo proposito non è escluso un ricorso ai tribunali
ecclesiastici competenti, perché si faccia la dovuta chiarezza e perché
pubbliche scuse siano presentate agli Istituti dell' "Ecclesia Dei", e ai
singoli membri di dette società, gravemente danneggiati dalle insinuazioni
del
suddetto articolo.
Al seguito di tali affermazioni non è difficile capire come sia possibile
che il
Sommo Pontefice incontri tanta difficoltà nella sua opera di riforma della
Chiesa né è arduo comprendere perché si incontrino tanti ostacoli alla
diffusione degli Istituti tradizionali. Se su di essi e sulla liturgia che
celebrano (vedi la preghiera del Venerdì Santo) si propaga il discredito, è
naturale che le autorità ecclesiastiche locali siano diffidenti verso di
essi,
come in pratica accade. Non desta mistero constatare che l'episcopato sia
generalmente ostile al rito tradizionale, all'opera di riforma del Papa e
agli
Istituti tradizionali, specie se il quotidiano della Santa Sede si permette
gratuitamente di affermare che ancora dovranno essere approvati, "una volta
esaminato che tutto sia in ordine sotto l'aspetto dottrinale".

Sottoscriviamo in pieno le parole del Vescovo di San Marino S. Ecc.za Mons.
Luigi Negri, che ebbe a dichiarare pochi giorni or sono (Il Timone, gennaio
2011) : "il Papa sta facendo fatica a fare questa "riforma della riforma".
Esistono tendenze negative di resistenza, neanche tanto passive".
Don Stefano Carusi
(sacerdote dipendente dalla Pontificia Commissione "Ecclesia Dei")
Copia del presente articolo è stata inviata alla redazione de l'Osservatore
Romano, unitamente alla preghiera di rettificare quanto scritto. È nostra
convinzione che la redazione sia nell'obbligo morale di dissipare gli
equivoci,
tanto sull'articolo che invita al sincretismo religioso, che sulle
insinuazioni
sugli Istituti dell' "Ecclesia Dei". Copia è stata inviata anche alla
Segreteria
del Sommo Pontefice, alla Congregazione per la Dottrina della Fede e alla
Pontificia Commissione "Ecclesia Dei".

[1] Lettera Enciclica Redemptoris Missio di Giovanni Paolo II, 7 dicembre
1990.
Al n. 55 si legge "Il dialogo non dispensa dall'evangelizzazione".
[2]Congregazione per la Dottrina della Fede, dichiarazione "Dominus Jesus",
6
agosto 2000. Al n. 14 si legge: "Deve essere, quindi, fermamente creduto
come
verità di fede cattolica che la volontà salvifica universale di Dio Uno e
Trino
è offerta e compiuta una volta per sempre nel mistero dell'incarnazione,
morte e
risurrezione del Figlio di Dio"
[3]"Dominus Jesus", cit. n. 1 : "Il Signore Gesù, prima di ascendere al
cielo,
affidò ai suoi discepoli il mandato di annunciare il Vangelo al mondo intero
e
di battezzare tutte le nazioni: «Andate in tutto il mondo e predicate il
Vangelo
a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non
crederà
sarà condannato» (Mc 16,15-16); «Mi è stato dato ogni potere in cielo e in
terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome
del
Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto
ciò
che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine
del
mondo» (Mt 28,18-20; cf. anche Lc 24,46-48; Gv 17,18; 20,21; At 1,8)".
[4] "Dominus Jesus", cit. n. 6
Pubblicato da Disputationes Theologicae
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